Quali cambiamenti hanno un carattere temporaneo, quali invece sono permanenti? A ormai più di un anno e mezzo dall’inizio della pandemia, l’interrogativo resta aperto. Uno sguardo retrospettivo agli indicatori chiave del mercato del lavoro evidenzia un impatto sorprendentemente contenuto del Covid-19: il tasso di attività ha segnato una flessione temporanea soltanto durante il primo lockdown e l’aumento massimo di 1,2 punti percentuali della disoccupazione a livello nazionale è stato relativamente moderato.

Tuttavia, il 2020 ha registrato un calo del volume di lavoro – vale a dire la somma delle ore effettivamente destinate all’attività produttiva – del 3,7%, una flessione più marcata rispetto a quella registrata durante la crisi finanziaria. Ad accusare maggiormente il colpo della pandemia sul mercato del lavoro sono stati i giovani adulti, i liberi-professionisti e i dipendenti part-time. Il neologismo «she-cession», che descrive una recessione prevalentemente sulle spalle delle donne, non ha invece trovato grande conferma nella realtà lavorativa svizzera. La pandemia ha tuttavia dimostrato che l’occupazione femminile continua a reagire in modo più sensibile alle crisi congiunturali.

Durante il primo lockdown, fino a un quarto degli occupati ha beneficiato del lavoro ridotto. Secondo una nostra analisi, pubblicata la settimana scorsa, senza questo strumento sarebbero spariti 120 000 impieghi e la disoccupazione avrebbe raggiunto quota un massimo del 5,5%. Ma ogni cosa ha il suo prezzo: oltre a costi nell’ordine di miliardi, il lavoro ridotto rischia sempre più di rimandare la disoccupazione a più tardi e di mantenere a caro prezzo uno status quo ormai cadùco.

Anche grazie a questi sostegni massicci, durante la crisi gli stipendi non hanno subito flessioni, al contrario: al netto dell’inflazione il livello salariale è aumentato nel 2020 dell’1,5% rispetto all’anno precedente. Al momento non ci sono segnali che indichino un chiaro esacerbarsi delle disparità retributive. L’analisi preliminare di dati ufficiali mostra che anche nelle classi più basse i salari sono aumentati. Fino ad ora i servizi dell’assistenza sociale non hanno segnalato alcun deterioramento delle condizioni economiche delle famiglie a basso reddito.

E che ne è delle abitudini lavorative: rimarrà il telelavoro? Mentre i sindacati temono tuttora che impatti negativamente sui dipendenti, la stragrande maggioranza dei lavoratori ha invece reagito al cambiamento in modo da positivo a molto positivo. Anche se la gente continuerà a «gettonare» l’home office quando ci saremo lasciati la pandemia alle spalle, il lavoro in presenza rimane insostituibile, soprattutto per i giovani, chi inizia un nuovo lavoro e le persone attente alla carriera. Ad approfittarne maggiormente saranno coloro che dispongono di qualifiche superiori, residenti nei centri urbani.

L’attuale legge sul lavoro costituisce però un ostacolo significativo a questa flessibilizzazione del lavoro, raggruppando infatti concetti e termini tipici dell’era industriale e resi ormai obsoleti dalla tecnologia, dai nuovi contenuti del lavoro e dalle abitudini dei lavoratori. Perché a volerla questa flessibilità non sono tanto le imprese, quanto i dipendenti stessi.

Questo podcast è stato pubblicato il 1.11.2021 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.