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Uber è una delle ditte più discusse, ammirate e allo stesso tempo odiate del pianeta. Fornisce un servizio taxi tramite un’app che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti, questi ultimi spesso non professionisti. Presente oramai a livello mondiale, opera anche in quattro città svizzere. Qui come altrove, Uber viene contestata per l’impiego di lavoro flessibile. Un autista può decidere infatti in ogni momento se accettare o meno la richiesta di un cliente. Inoltre, la remunerazione di una corsa può variare a dipendenza della domanda.

Questa flessibilità preoccupa i sindacati che la considerano sintomo di nuova forma di precariato. Ma come la valutano gli autisti stessi? A ben guardare, la possibilità di scegliere i propri orari sembrerebbe andare a tutto vantaggio degli impiegati piuttosto che dei datori di lavoro. Le aziende preferiscono di regola presenze fisse, sia perché possono così meglio monitorare il lavoro dei propri dipendenti, sia perché spesso i clienti vanno serviti a orari determinati.

In un nuovo studio, quattro economisti californiani analizzano il comportamento in tempo reale di ben un milione di autisti Uber negli Stati Uniti. La versatilità della piattaforma tecnologica di Uber permette ai ricercatori di stimare il cosiddetto «salario di riserva», cioè il salario minimo necessario a indurre l’autista a uscire dal garage.

La ricerca mostra che gli autisti Uber preferiscono lavorare a tempo parziale per poche ore alla settimana, in prevalenza di sera o il sabato pomeriggio. La possibilità di fornire prestazioni in modo flessibile riveste per loro un notevole valore economico. I ricercatori stimano che se gli autisti Uber dovessero fornire le stesse prestazioni ad orari predeterminati, essi richiederebbero un indennizzo supplementare pari in media al 40% del reddito attuale. Senza la possibilità di decidere in maniera autonoma quando e quanto guidare, due terzi di loro preferirebbero rimanere a casa, rinunciando a questa fonte ausiliare di reddito.

Gli economisti americani documentano così il valore per i dipendenti di un orario di lavoro adattabile ai propri bisogni, con possibilità di reagire in modo immediato a imprevisti. Certo, Uber e le altre piattaforme della sharing economy non offrono prospettive di carriera solide a lungo termine. Ciononostante esse potrebbero rappresentare un importante complemento di reddito, specie per i giovani e le persone meno abbienti. A condizione però di preservarne la flessibilità.

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Questo contributo è apparso nell'edizione di lunedì 10 aprile 2017 del programma «Plusvalore». 
Per gentile concessione di «RSI Rete due».