La settimana scorsa, il governo inglese ha annunciato la sua intenzione di introdurre un sistema a punti per regolare l’immigrazione. L’obbiettivo è quello di attirare lavoratori qualificati o, in altre parole, di limitare l’entrata di attivi meno qualificati. In futuro, i lavoratori provenienti dall’estero che parlano un buon inglese e possono dimostrare di avere un’offerta per un posto ben retribuito riceveranno 50 dei necessari 70 punti. Altri punti verranno assegnati a seconda delle competenze e della carenza di manodopera nel settore d’attività. Attualmente, nel Regno Unito vi sarebbe scarsità di ingegneri civili, medici generalisti, psicologi e ballerine.

Se verrà introdotto, il Regno Unito non sarà il solo paese con un sistema a punti. Già il Canada, l’Australia o la Nuova Zelanda conoscono sistemi simili, e parecchi economisti ne hanno analizzato le conseguenze. Il loro giudizio è globalmente negativo. Come mai?

Di primo acchito, un sistema a punti potrebbe sembrare un metodo razionale e obbiettivo per selezionare i migranti adatti – con tutta l’apparenza razionale e obbiettiva di una tabella Excel. Il problema è che il mercato del lavoro è ben più complesso di quanto si possa riassumere in una formuletta. Il lavoro degli attivi meno qualificati in genere è complementare a quello dei maggiormente qualificati. Regolare il numero degli uni ha un effetto sull’impiego degli altri, rischiando di frenare l’intera economia, con un impatto sul benessere di tutti.

Anche requisiti in apparenza incontestabili, come la conoscenza della lingua, non sono garanti di un esito positivo a lungo termine. Il successo della seconda e terza generazione di immigranti asiatici negli Stati Uniti è stato possibile malgrado la padronanza limitata della lingua da parte della prima generazione. Senza parlare delle pressioni politiche e del lobbying di questo o quel settore per ricevere trattamenti di favore; lobbying che avvantaggia chi dispone di più agganci politici, ad esempio gli agricoltori, ma non necessariamente chi è più produttivo. Tanto più che il sistema inglese non prevede un limite quantitativo alla migrazione, e così rischia di non soddisfare nemmeno l’elettorato «esterofobo». Insomma, meglio lasciare la scelta di chi impiegare nelle imprese alle imprese stesse – e non alle tabelle dei funzionari.

Questo podcast è stato pubblicato il 24.02.2020 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.