Con l’incedere della pandemia è diminuito ulteriormente il numero di richieste d’asilo in Svizzera. Mentre nel 2016 si contavano quasi 40’000 nuove richieste, l’anno scorso esse sono state poco più di 10’000. Dal punto di vista politicoil tema  sul quale negli ultimi due decenni elettrici ed elettori sono stati chiamati a votare ben una dozzina di volte  non è più prioritario.  

Eppure, molte sfide rimangono. Fra le più importanti vi è quella dell’integrazione dei rifugiati sul mercato del lavoro. Se in confronto internazionale il mercato del lavoro svizzero è tradizionalmente tra i migliori per quanto riguarda il tasso di occupazione, non si può dirne altrettanto per quello dei rifugiati, una categoria a dire il vero molto eterogenea che ingloba richiedenti l’asilopersone ammesse a titolo provvisorio e rifugiati riconosciuti.  

Le cifre disponibili sono lacunose e i confronti difficili, ma si stima che il tasso di occupazione dei rifugiati raggiungerebbe il 20% tre anni dopo l’entrata nel paese, e si attesterebbe dopo dieci anni di soggiorno tra il 30% e il 60% a dipendenza della categoria. Ciò contrasta sia con il tasso d’occupazione dei residenti (tuttora superiore all’80%), che con rilievi fatti in altri paesi. In Germania, ad esempio, il tasso di occupazione dopo dieci anni è quasi alla pari con la popolazione residente. In Canada, dopo solo un anno dall’entrata nel paese, 50% dei rifugiati ha un posto di lavoro. 

Come mai questi risultati tutto sommato deludenti? Di recente alcuni economisti svizzeri hanno cercato di accertarne empiricamente le cause. Tra i fattori determinanti, essi rivelano limiti posti dalla legge alla mobilità intercantonale dei rifugiati, la durata delle procedure – fonte d’incertezze per i potenziali datori di lavoro  e i meccanismi che assegnano in modo aleatorio i rifugiati ai cantoni, meccanismi che non tengono conto di affinità linguistiche o professionali preesistentiLe differenze tra i cantoni nelle prestazioni dell’aiuto sociale e nelle misure d’integrazione avrebbero invece un impatto trascurabile sull’occupazione. Rimane invece ancora tutto da studiare l’impatto creato dall’introduzione di salari minimi obbligatori o l’ampliamento dei contratti collettivi di lavoro sulle prospettive d’impiego dei rifugiati. L’ipotesi che questi meccanismi per nulla favoriscano l’integrazione sul mercato del lavoro, creando invece ulteriori barriere all’impiego dei rifugiatinon mi pare però strampalata.  

Questo podcast è stato pubblicato il 11.01.2021 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.