«Quando arriveranno i robot, molti dovranno temere per il loro posto di lavoro – gli ultracinquantenni prima degli altri». Così, per dirla in poche parole, la tesi di che considera automazione e rivoluzione digitale alla pari di minacce per l’umanità. La realtà è però un’altra – anzi l’esatto contrario. I robot non cacceranno le persone dal loro posto, ma bensì contribuiranno a colmare la lacuna che l’invecchiamento della popolazione sta lasciando sul mercato del lavoro.

Infatti, al più tardi nel 2025, quando i baby-boomer avranno raggiunto l’età del pensionamento, le imprese svizzere saranno confrontate con una forte penuria di manodopera. Penuria rafforzata dal fatto che relativamente pochi giovani faranno allora il loro ingresso sul mercato del lavoro e l’immigrazione è politicamente impopolare. Ben vengano allora robot, soprattutto se intelligenti, che ci permettano di mantenere livello di produzione e di benessere.

Come recentemente illustrato dagli economisti americani Daron Acemoglu e Pasqual Restrepo, già oggi vi è una forte correlazione tra invecchiamento della popolazione e uso di robot industriali. Non è un caso del resto se Corea, Giappone o Germania, paesi la cui popolazione sta rapidamente invecchiando, hanno la più alta densità di robot industriali al mondo.

Nel frattempo, però, la partecipazione al mercato del lavoro delle persone di mezza età è in forte aumento in tutto il mondo. Mentre i media danno spesso l’impressione che cinquanta e sessantenni abbiano particolari difficoltà a rimanere inseriti nel mercato del lavoro, i dati mostrano un quadro ben diverso. In Svizzera ad esempio, il tasso di partecipazione al lavoro dei 60-64enni è passato dal 64% nel 1996 al 75% di oggi. Nel vecchio Giappone esso sfiora gli 80%. Ma anche in Germania o nei Paesi Bassi, dove fino alla metà degli anni ’90 si mandava in pensionamento anticipato due terzi dei sessantenni, il quadro è cambiato radicalmente. Del resto, uno svizzero su sette lavora oramai oltre l’età legale di pensionamento.

Tutti questi dati servono a chiarire una cosa: i timori di un’imminente “robocalisse” sul mercato del lavoro vanno fondamentalmente rivisti, non da ultimo nell’ottica di una riforma strutturale durevole dell’AVS. Non stiamo assistendo alla fine del lavoro, ma – semmai – all’inizio della grande carenza di manodopera.

Questo podcast è stato pubblicato il 11.3.2019 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.