Le donne stanno guadagnando terreno sul mercato del lavoro. In Svizzera, da anni i salari femminili crescono più rapidamente di quelli maschili, complice un livello di formazione sempre più elevato.

Ciononostante i salari femminili rimangono in media del 19% inferiore a quelli maschili. Per molti questo è un indizio sufficiente per presumere una discriminazione generalizzata da parte delle imprese. Tanto che il Parlamento federale dovrà prossimamente esprimersi su un progetto di legge che prevede controlli salariali obbligatori in tutte le aziende con più di 50 dipendenti.

Le intenzioni dei politici sono lodevoli. Purtroppo però queste misure poggiano su un grave errore di diagnosi. Numerosi studi econometrici hanno ormai stabilito che le differenze salariali persistenti tra i sessi non sono da ricondurre a un comportamento discriminante da parte delle imprese. Quest’ultime d’altronde, se davvero le donne fossero sottopagate, avrebbero ogni interesse ad assumere unicamente personale femminile, riducendo così i costi e aumentando gli utili.

La vera sfida della parità sta altrove. Come mostrano le ricerche di Claudia Goldin, già presidente della prestigiosa American Economic Association, bisogna rimuovere gli ostacoli che ancora impediscono di conciliare pienamente carriera e famiglia. In effetti, se per lo stesso livello di formazione e esperienza le differenze salariali tra giovani donne e uomini sono minime, esse si accentuano con l’arrivo dei figli. Non è un caso che le disparità siano particolarmente pronunciate nelle professioni che richiedono maggior flessibilità. In queste professioni, i datori di lavoro sono disposti a versare salari più elevati quale compenso per orari che non si lasciano pianificare in anticipo o per frequenti spostamenti all’estero. I settori che invece permettono di conciliare più facilmente lavoro e famiglia sono in rapida via di femminilizzazione. Tra questi spiccano ovviamente l’insegnamento, ma anche la medicina e la ricerca.

Per completare l’ultima tappa della parità salariale occorre ridurre i costi della flessibilità. Una ripartizione più equa dei compiti famigliari tra i genitori aiuterà, ma non basterà. Per Goldin un ruolo ancora più decisivo lo giocheranno tecnologia e organizzazione del lavoro, quale le possibilità di telelavoro.

Infine non vanno dimenticate diverse misure di politica sociale che faciliterebbero le carriere femminili: dal congedo parentale all’accoglienza della prima infanzia. I controlli obbligatori dei salari, invece, non ne fanno parte.

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Questo contributo è apparso nell’edizione di lunedì 19 settembre 2016 del programma «Plusvalore». Per gentile concessione di «RSI Rete due».