Fatta eccezione dei parti politici e della FIFA, poche istituzioni della nostra società godono di meno fiducia tra la popolazione e nei media delle grandi imprese. Lo scetticismo è massimo per le aziende quotate in borsa e per quelle attive a livello mondiale in settori ritenuti – a torto o a ragione – particolarmente «delicati», quali le materie prime, l’alimentazione o l’alta tecnologia. Tutt’altra invece la percezione delle piccole imprese: non un politico che non ne tessa regolarmente le lodi, e che non ci ricordi che il 98% delle imprese ha meno di 250 impiegati.

Tutto coretto, certamente. Ma forse è venuto il momento di spezzare una lancia anche per «big business». Prima di tutto va ricordato che le grandi imprese sono attori di prima importanza del nostro mercato del lavoro. Anche se non rappresentano che una piccola parte delle imprese, le grandi ditte occupano in Svizzera 870’000 persone, il che corrisponde al 18% degli impieghi. Negli ultimi anni, la loro crescita è stata di molto superiore alla media. Un terzo dei nuovi posti di lavoro creati dal 2011 lo è stato in ditte con più di 250 dipendenti. Giusto anche ricordare che le grandi imprese – a parità di qualifiche – versano salari in media 10% superiori a quelli guadagnati nelle piccole imprese, e che la percentuale di bassi redditi vi è ben inferiore.

Ma non è tutto. Le grandi imprese sempre più stanno diventando il motore dell’innovazione. Come lo mostra un recente studio del KOF, il centro di ricerca congiunturale del Politecnico di Zurigo, Il divario tra le PMI e le grandi imprese in questo campo si è allargato. Mentre le grandi imprese dedicano una parte sempre maggiore della spesa alla ricerca e lo sviluppo, nel caso delle PMI il KOF registra dal 2000 un continuo calo.

E potremmo continuare con il contributo al fisco delle grandi imprese o il loro ruolo nell’avanzamento di importanti conquiste sociali – quest’ultimo ovviamente in partenariato con i sindacati. Per esempio, non è un caso se siano principalmente le aziende più grosse ad offrire al momento i congedi parentali più generosi e, in genere, le migliori condizioni per la conciliazione di lavoro e famiglia.

Certo, un giudizio più completo richiederebbe un’analisi maggiormente approfondita. Ma già oggi mi sento sicuro di dire che è venuto il momento di rivalutare il contributo di «big business» al nostro benessere – e non solo a quello meramente materiale.

Questo podcast è stato pubblicato il 27.01.2020 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.