Nella ricca Svizzera, gli scettici della crescita abbondano. Più di quarant’anni dopo la pubblicazione del bestseller «I limiti dello sviluppo», essi propinano ancora gli stessi argomenti: il benessere materiale condurrebbe a un vicolo cieco, le risorse naturali sarebbero soggette a uno sfruttamento eccessivo, la crescita della popolazione metterebbe in pericolo la qualità di vita. Verdi estremi, ma pure ideologi xenofobi, ci incoraggiano alla «vita frugale», e auspicano un paese autarchico.

Quanto è materiale il nostro benessere? Consumiamo veramente sempre più «cose»? In verità, nonostante redditi in aumento da quasi due secoli, sono ancora in molti ad apprezzare i piaceri schietti: una passeggiata in montagna o una cena tra amici. Uno sguardo alle cifre può forse conferire al dibattito una base più oggettiva.

Le analisi ambientali dell’Ufficio Federale di Statistica (UFS) mostrano che dagli anni ’90 i problemi ambientali si sono attenuati. La qualità dell’aria oggi è generalmente migliore (gli inquinanti atmosferici e le emissioni di polveri fini sono in diminuzione), la qualità dell’acqua nei laghi è ottima (grazie alla diminuzione dei nutrienti), il consumo di acqua potabile diminuisce, la quantità di rifiuti smaltiti nei depositi non aumenta e le emissioni di gas effetto serra si sono stabilizzate. Tutto ciò avviene nonostante la crescita – o proprio grazie ad essa, poiché una società benestante si preoccupa della qualità del suo ambiente e ha i mezzi per farlo.

Questi indicatori rassicurano, ma sarebbe utile disporre di una misura unica che ponderi la crescita economica per le conseguenze ambientali.  Purtroppo il calcolo di un «PIL verde» presenta ancora numerosi problemi metodologici. Come quantificare il valore di risorse naturali, paesaggi intatti, lucertole rare o aria pura, tutte «prestazioni» che la natura non ci fattura? Quale prima approssimazione l’UFS registra i flussi di materia, ovvero le tonnellate di biomassa, di metalli, di minerali e di prodotti fossili che vengono consumate attraverso le attività economiche. Meglio che niente.

Anche l’andamento recente di questo indicatore sorprende: dal 1990 il consumo materiale pro capite non è aumentato, aggirandosi sempre intorno alle 40 tonnellate all’anno. Se si fa un confronto tra questa grandezza e il valore della produzione, cioè col PIL, si nota un chiaro aumento della produttività materiale: a parità di valore, produzione e consumo sono di un buon 20 percento meno dispendiosi in termini di risorse rispetto al 1990. Questo vale soprattutto per il consumo di risorse causato dalle attività di importazione. Così nel 1990 ogni chilo di consumo di materiale era associato con un valore nominale delle importazioni di 60 centesimi. Nel 2012 questa proporzione è quasi raddoppiata.

La smaterializzazione dell’economia avanza ancora più velocemente di quanto si evinca dalle misure ufficiali. Oggi siamo in molti – tra cui parecchi oppositori della crescita – a trascorrere ore su internet, dove una grande parte dei servizi è ottenibile praticamente a costo zero. Per esempio il contributo di Wikipedia al PIL è insignificante, ma il beneficio per i consumatori è notevole. Innovazioni come questa rendono chiaro che gli uomini non solo consumano risorse, bensì ne creano.

 

Questo articolo è stato pubblicato nell'edizione di ottobre di «Ticino Business».
Per gentile concessione di «Ticino Business».