Una paziente viene dimessa dall’ospedale dopo un intervento chirurgico. Una settimana più tardi si reca dal proprio medico di famiglia. Quest’ultimo dovrebbe poter visualizzare nel proprio sistema il rapporto di dimissione, l’elenco aggiornato dei medicamenti e i risultati di laboratorio, oppure quantomeno poterli richiamare elettronicamente. In Svizzera, però, spesso non è così. Per quanto riguarda lo scambio elettronico di dati, la Svizzera occupa, insieme alla Germania, gli ultimi posti nel confronto con gli altri Paesi europei.
Da tempo si cerca di affrontare il problema. Finora, però, ciò è stato soprattutto costoso: la Confederazione ha investito da sola oltre 80 milioni di franchi nel dossier elettronico del paziente (DEP), ma il progetto non si è affermato. Soltanto poco più di una persona su cento ha aperto un DEP e solo una minima parte dei medici vi ha aderito. Ora la Confederazione sta pianificando il prossimo grande progetto: il dossier sanitario elettronico (DSE).
Ma questa è la priorità sbagliata. Le carenze nello scambio elettronico dimostrano che non è l’assenza di un dossier elettronico a ostacolare la digitalizzazione, bensì la capacità dei sistemi informativi di scambiare i dati sanitari in modo sicuro. Per digitalizzare il settore sanitario sono quindi necessari tre passaggi:
- La Confederazione dovrebbe definire standard e interfacce vincolanti per lo scambio di dati, finanziarne lo sviluppo e vigilare sul rispetto delle prescrizioni. L’interoperabilità dei sistemi informativi è decisiva.
- I sistemi informativi e le soluzioni di collegamento devono soddisfare questi requisiti stabiliti dallo Stato. Saranno certificati da organismi di controllo privati o senza scopo di lucro.
- Una volta definiti gli standard e le interfacce e certificati i sistemi informativi, i fornitori di prestazioni sanitarie, le imprese private e, se del caso, i Cantoni dovrebbero sviluppare applicazioni digitali e promuovere l’interconnessione tra gli attori del sistema.
In questo modo, il medico di famiglia avrebbe già a disposizione il rapporto di dimissione quando la paziente si presenta alla visita di controllo dopo il ricovero ospedaliero, oppure potrebbe richiamarlo in tempo reale. I fornitori di prestazioni potrebbero coordinare digitalmente i processi lungo il percorso terapeutico e quindi in modo più efficace rispetto a oggi. La Confederazione renderebbe così possibile lo scambio di dati senza imporne le modalità.
Il vantaggio di un simile approccio è che verrebbero avviati soltanto progetti in grado di offrire un reale valore aggiunto ai soggetti coinvolti e ai pazienti. Ciò riduce il rischio di spreco di denaro pubblico, come avvenuto nel caso della CIP.
Come mostra l’analisi, Paesi come la Danimarca e gli Stati Uniti, all’avanguardia nella digitalizzazione del settore sanitario, hanno qualcosa in comune: hanno creato dapprima le basi tecniche, mentre le applicazioni sono venute in seguito. In Svizzera, invece, si vuole mettere il carro davanti ai buoi: il dossier sanitario elettronico (DSE) è ora all’esame del Parlamento, mentre una legge sull’infrastruttura dei dati nel settore sanitario dovrebbe seguire in un secondo momento. Tuttavia, affinché la digitalizzazione abbia successo, è fondamentale creare solide basi, non puntare su una singola applicazione.
Gli autori dell’analisi raccomandano pertanto una chiara divisione dei compiti. Christoph Eisenring afferma: «La Confederazione dovrebbe concentrarsi su ciò che solo essa può fare: definire, insieme ai settori interessati, standard e interfacce vincolanti. La concorrenza potrà quindi dare origine a quelle soluzioni che, nella pratica quotidiana dell’assistenza sanitaria, apportano il maggior beneficio alle cittadine e ai cittadini.»