Corriere del Ticino (CdT): Sostenete che l’impatto dei distaccati sull’occupazione è trascurabile. Il santo non vale la candela?

Marco Salvi (MS):  «L’interesse dato a questo segmento del mercato del lavoro è smisurato. Stiamo parlando di un fenomeno che corrisponde a meno dell’1% degli occupati. Per la precisione lo 0,7%. La discussione è viziata da questo tema, che non è essenziale per il futuro del nostro paese. Il totale dei distaccati, in termini di occupazione, equivale alla forza lavoro delle FFS. Sostenere che questa categoria di lavoratori incide sui salari è come dire che il livello salariale delle FFS incide sul livello dei salari elvetici. Sostenere che l’accordo istituzionale è la fine della protezione dei salari è esagerato. In materia salariale, il vero garante di tutti i salari è da sempre la crescita economica a largo ventaglio. Questo obiettivo può essere raggiunto al meglio tramite accordi stabili con l’Unione europea».

Secondo voi che cosa si perderebbe a non avere un accordo quadro istituzionale?

«Da un lato ci sono i nuovi accordi di accesso al mercato, come ad esempio quello sull’elettricità e in ambito finanziario, che senza un’intesa istituzionale l’UE non vuole siglare. Ma più importanti ancora sono quelli che riguardano il riconoscimento degli ostacoli non tariffari al commercio. A livello di scambi fra Unione europea e Svizzera i dazi non hanno un ruolo importante. Sono invece queste norme tecniche a nuocere, che impongono ad esempio ai prodotti elvetici test di conformità. Questi ostacoli normativi limitano il pieno accesso al mercato. Tanto per dare un’idea, se traduciamo questo norme in dazi, arriviamo a dazi impliciti fino al 30%. Serve invece la possibilità di allargare i riconoscimenti di norme a nuovi prodotti, come i medicamenti. Certo, è di più immediata comprensione il problema della concorrenza dei padroncini in ambito edile, ma quella svizzera è un’economia di servizi ad alto valore aggiunto e che non ruota attorno alla costruzione. Bisogna mettere l’accento sui fattori che producono la ricchezza del Paese».

Si sta facendo un dibattito fuori bersaglio, collegando la questione dei distaccati alla tutela salariale globale?

«Si dà l’impressione che questi accordi, così come si presentano oggi, causerebbero diminuzioni di salari e metterebbero in pericolo l’occupazione. È totalmente esagerato rispetto alla portata effettiva dei cambiamenti da adottare a livello delle misure di accompagnamento. Sono cambiamenti marginali: far passare la regola degli otto giorni a quattro. E come detto, l’economia non è più solo l’edilizia, nemmeno in Ticino. L’impiego va tutelato nel suo insieme».

L'impiego dei distaccati in Ticino equivale a 2.500 posti a tempo pieno. <small>(Fotolia)</small>

L’impiego dei distaccati in Ticino equivale a 2.500 posti a tempo pieno. (Fotolia)

Ma per avere una maggioranza politica per l’accordo quadro servono anche queste misure.

«Non siamo certi per l’abbandono di queste misure. Esistono anche in Europa. L’UE non è il mostro neoliberale in cui il mercato del lavoro è totalmente deregolamentato. I controlli vanno bene, ma bisogna anche vedere oltre i numeri. I 300 mila distaccati in Svizzera lavorano in media trenta giorni. Le ore lavorate da queste persone rapportate a quelle totali lavorate in Svizzera sono poche. Il mostro diventa un topolino. Non bisogna nemmeno dimenticare che non esistono solo i distaccati. Il Ticino lo sa benissimo. Ci sono altri modi di importare il lavoro, ad esempio tramite i frontalieri».

Il problema dei distaccati comunque qui è molto sentito.

«Sì, ma non è paragonabile rispetto alla forza lavoro dei frontalieri. Parliamo di un rapporto da 1 a 20. I posti equivalenti a tempo pieno dei distaccati in Ticino sono circa 2.500 (a fronte di 25.000 distacchi). Se dovessimo ancora irrigidire le misure di accompagnamento assisteremmo alla sostituzione dei distaccati con i frontalieri. Sono aspetti che tendono ad essere dimenticati».

Parlate però anche di sindacalizzazione del mercato del lavoro. Con quali effetti concreti?

«I controlli sono diventati molto intensi. Ce ne è uno ogni tre persone distaccate. È come se fossimo degli utenti di un bus e ogni tre corse ci fosse un controllo. Quella dei controlli è ormai diventata un’industria. Mentre il numero dei lavoratori sindacalizzati stagna o diminuisce, l’impatto dei sindacati è cresciuto. Le organizzazioni sindacali hanno una posizione garantita dalle misure di accompagnamento».

Non solo loro…

«Certo, anche le organizzazioni padronali ne approfittano. Non per nulla la loro posizione sull’accordo quadro è molto defilata».

Ma senza queste tutele verrebbe meno il sostegno a tutto il resto.

«Siamo pronti ad accettare i costi della libera circolazione, purché ci siano anche dei benefici. Il problema è che rischiamo ora di avere un costo senza i benefici a lungo termine. Irrigidimento del mercato del lavoro, moltiplicazione dell’obbligatorietà dei contratti collettivi, limitazione della concorrenza. Il tutto a scapito dei consumatori. Il dibattito avviene dal punto di vista del produttore, non del consumatore».

Questa intervista è stata pubblicata il 27 dicembre nell Corriere del Ticino. Per un’analisi dettagliata del tema, rimandiamo al nostro studio L’accord institutionnel et le marché du travail.