Il principio della territorialità afferma che gli stati sovrani possono decidere autonomamente riguardo ai singoli ambiti politici sul loro territorio. Ovviamente il principio vale anche per la protezione dell’ambiente. Questo è uno dei motivi per cui i calcoli concernenti l’impatto ambientale dei beni importati sono più che problematici.

La comunità internazionale si basa sul principio della territorialità, secondo cui la rivendicazione di potere politico e giuridico di uno stato si estende su un determinato territorio e sulla popolazione che vi risiede. Questo include anche la competenza legislativa riguardante la protezione dell’ambiente. È pertanto chiaro che a questo proposito esistono notevoli differenze tra i paesi. Così la politica ambientale australiana in questioni riguardanti l’uso del suolo non assomiglia certo a quella svizzera.

In uno studio recente l’Ufficio Federale dell’Ambiente (UFAM) assume una prospettiva diversa. Da un lato lo studio mostra che al giorno d’oggi i consumatori svizzeri gravano nettamente meno l’ambiente nazionale rispetto al passato. D’altro canto tuttavia questa diminuzione è compensata dall’impatto ambientale generato all’estero. L’UFAM attribuisce quindi alla Svizzera l’impatto ambientale che viene causato a livello mondiale dal consumo nel nostro paese. Questo punto di vista è problematico per almeno tre motivi.

#1: Confronti internazionali difficili

In primo luogo è estremamente difficile calcolare metodologicamente e statisticamente l’impatto ambientale estero derivante dal consumo finale della Svizzera. A questo scopo, per più di 100 paesi fornitori servirebbero innanzitutto dati dettagliati e specifici sulla produzione per quanto riguarda i paesi, i settori e i prodotti e inoltre i rispettivi saldi ambientali, che in gran parte non esistono. Allo stesso modo bisognerebbe conoscere in dettaglio tutti i mezzi di trasporto utilizzati, così come le vie di trasporto. L’UFAM stesso specifica quindi che per alcuni settori non esistono dati; inoltre l’efficienza del materiale e dell’energia così come l’impatto ambientale della produzione di prodotti semilavorati e dei beni di consumo fuori dall’Europa occidentale spesso non sono noti. In queste condizioni è più che audace parlare di «impatto ambientale mondiale della Svizzera». Se già la realizzazione dei conti nazionali di un paese è un’impresa complessa, la stesura di un bilancio totale dell’impatto ambientale della Svizzera all’estero diventa quasi una lotteria.

#2: Nei prezzi dei beni importati è compreso l’impatto ambientale estero?

In secondo luogo lo studio dell’UFAM non prende in considerazione il fatto che nei prezzi di mercato dei prodotti importati sono già compresi i costi ambientali esteri dei rispettivi paesi d’origine, ad esempio le tasse sulla benzina già pagate dai produttori esteri. Non è però sicuramente compito delle autorità svizzere quello di giudicare se i prezzi dei beni importati rispecchino correttamente la «vera» scarsità delle risorse ambientali nei paesi di origine. In queste condizioni c’è da chiedersi anche se «l’effetto inquinante» all’estero debba essere identificato in particolare con gli imballaggi svizzeri. Chiaramente si vuole portare all’attenzione del consumatore svizzero spunti di riflessione concernenti l’«Economia Verde», così da sollecitarlo ad avere cura dell’ambiente mondiale. A questo dovrebbero servire informazioni come per esempio «che per la produzione di smartphones viene estratto e lavorato il coltan dalle mine in Africa».

#3: «Imperialismo ecologico»

In terzo luogo lo studio fondamentalmente insinua che i paesi stranieri di origine delle materie prime, delle fonti energetiche, dei prodotti semilavorati, dei beni di consumo e dei beni d’investimento introdotti dalla Svizzera non attuerebbero alcuna politica ambientale degna di questo nome. Siccome la grande maggioranza delle importazioni svizzere proviene da paesi con un livello di industrializzazione paragonabile al nostro (circa il 70% dall’UE), questa è quasi un’offesa. Anche tali paesi hanno una politica ambientale, solo che questa non è orientata alle preferenze svizzere, bensì alla scarsità dei beni ambientali nelle rispettive regioni. Questo non piace agli autori dello studio dell’UFAM. A livello economico è però ragionevole che ogni paese concepisca la politica ambientale secondo le sue priorità e condizioni.

Le alternative sarebbero due: attuare una politica ambientale mondiale secondo le preferenze svizzere oppure ritornare alla divisione internazionale del lavoro. Non solo lo sviluppo economico e il progresso tecnologico sarebbero notevolmente pregiudicati, bensì per molti paesi – soprattutto per la Svizzera – andrebbero persi i vantaggi della specializzazione, creatori di benessere. L’impatto ambientale non può essere combattuto sul piano del coinvolgimento dell’uso delle risorse nei flussi commerciali internazionali. Esso deve essere delimitato al luogo della creazione dei prodotti attraverso più realistiche politiche ambientali differenziate.

Si può discutere se la Svizzera voglia o meno perseguire standard più elevati e obiettivi ambientali più ambiziosi nell’ambito dell’uso delle risorse, in modo da svolgere un ruolo da pioniera a livello mondiale. Tuttavia non va che il nostro paese voglia giocare indirettamente il ruolo di giudice per quanto riguarda la politica ambientale di altri paesi. Non sarebbe che imperialismo ecologico.