La scuola dell’obbligo, che per decenni è stata un elemento di coesione della società, è oggi sotto pressione. La società moderna è più frammentata, le aspettative dei genitori svariate e a volte contradditorie. La soluzione sta nel permettere una più ampia varietà di tipi di scuola.

La scuola dell'obbligo è sotto pressione

Oggi la scuola dell’obbligo è confrontata con aspettative molto diverse. (Immagine: © Fotolia/Christian Schwier)

In un mio recente intervento sul Tages Anzeiger di Zurigo ho spezzato una lancia a favore di una maggiore libertà nella scelta della scuola, libera scelta che non aumenterebbe le disuguaglianze sociali. Anzi proprio lo stretto legame che esiste oggi tra la scelta del luogo di residenza e la scuola contribuisce alla segregazione spaziale della società. Ma perché domandare più libertà di scelta? Non si tratta di migliorare i rendimenti scolastici: molti studi hanno cercato invano di determinare gli effetti di una scelta più libera della scuola sul rendimento scolastico, spesso basandosi sui dati dell’indagine PISA (Program for International Student Assessment). I fattori che determinano il rendimento nei vari Paesi sono però infiniti ed è quindi quasi impossibile giungere a una conclusione univoca a sostegno di questa o quella tesi.

La ragione va cercata altrove. La funzione della scuola dell’obbligo quale «cemento della società» è in crisi. Il ceto medio degli anni 50’ e 60’ – caratterizzato da valori e stili di vita affini – era animato da una fede nel progresso comune. Da allora la società si è però differenziata in svariate «tribù», che oggi difficilmente parlano la stessa lingua. Mentre l’avanguardia urbana svizzero-tedesca si illude di essere al sicuro in una società post-materialistica, la casa in mezzo al verde resta il ricordo nostalgico delle cerchie più tradizionali.

La scuola dell’obbligo è fra le vittime principali di questa frammentazione. Oggi la scuola è confrontata con aspettative molto diverse, e non può soddisfarle tutte. Per alcuni il futuro si trova nella formazione libera autonoma, altri vedono nelle forme scolastiche integrative la causa di ogni male, altri ancora vogliono addirittura tornare alla scuola autoritaria di un tempo, con tanto di bacchettate sulle dita. La tanto auspicata coesione si prospetta sempre più come un’utopia. La «reformitis» di cui gli insegnanti continuano a lamentarsi è anche una conseguenza di richieste sempre più inconciliabili. I responsabili della formazione tentano di consolidare i «ganci» allentati del sistema della scuola dell’obbligo tramite armonizzazioni forzate e gestione centralizzata. Essi sperano che le scoperte scientifiche nell’ambito della ricerca educativa sfoceranno un giorno in una sorta di best-practice che convincerà alla fine anche i più scettici.

E proprio qui sta l’errore fondamentale. La pedagogia non potrà mai rimpiazzare i valori. Così si litiga emotivamente sulla possibilità di introdurre lo «schwizerdütsch» come lingua ufficiale negli asili o sull’ambizione che gli allievi alle elementari parlino precocemente due lingue o tre. La scuola dell’obbligo oggi più che mai è una questione politica e non una conferenza per esperti. Serve più libertà di scelta nella scuola dell’obbligo, così come una maggiore varietà di tipi di scuola e di approcci pedagogici. E serve un dibattito di fondo per chiarire la quantità di «differenze» che vogliamo consentire, senza però rinunciare a ciò che accomuna la scuola. Chi si rifiuta di affrontare questa discussione rischia effettivamente di indebolire la scuola dell’obbligo in modo permanente.

Questo articolo è stato pubblicato nel numero di settembre 2015 della rivista Ticino Business.