I lucernesi sono preoccupati per la loro università che conta 2’700 studenti ed è la più piccola della Svizzera. Il consiglio dell’università nel suo rapporto strategico ha espresso perplessità sul fatto che, senza un’ulteriore crescita, la competitività dell’ateneo nel panorama universitario svizzero possa venire messa a repentaglio. L’Ufficio federale di statistica prevede fino al 2020 per le facoltà esistenti una crescita scarsa di circa l’1%. Senza contromisure, l’ateneo perderebbe di attrattiva e un numero stagnante di studenti o addirittura in declino influirebbe negativamente sui costi per posto-studi a disposizione. È quindi stata proposta, da parte della direzione dell’università e del governo lucernese, l’istituzione di un’ulteriore facoltà: scienze economiche. Questo indirizzo offerto anche dalla scuola universitaria professionale rafforzerebbe il “cluster economico” di Lucerna.

Università di Lucerna (© Bruno Rubatscher)

Università di Lucerna (© Bruno Rubatscher)

Le migliori università all’estero contano pochi studenti
Avenir Suisse si era già posto nella pubblicazione “Hochschullandschaft Schweiz” l’interrrogativo sulla necessità, da parte delle università di crescere costantemente per legittimare la propria competitività. A questo proposito il think tank ha analizzato l’evoluzione delle migliori università estere e ha potuto constatare che il loro numero di studenti è rimasto stabile o è cresciuto solo di poco nel corso degli anni. Questo vale per le americane Yale e Princeton ma anche per la London School of Economics. A Yale il numero degli studenti negli ultimi dieci anni è aumentato di sole 2’000 unità, toccando quota 11’800. A Princeton la cifra si attesta sui 7’500 studenti e alla London School of Economics si è registrata negli ultimi 5 anni una crescita di meno di 1’000 studenti, arrivando a 9’200. Il “politecnico” californiano Caltech di Pasadena accetta solo 2’000 studenti. Questi atenei ambiscono quindi ad una strategia qualitativa piuttosto che di crescita quantitativa. Questa “filosofia” si manifesta in un corpo insegnante di spicco, nelle eccellenti condizioni per la ricerca, in una marcata presenza nelle riviste scientifiche più prestigiose, nell’intelligente promozione dei talenti, in un buon rapporto studente-insegnante e in una selezione rigorosa degli studenti.

La qualità arranca davanti alla crescita
Una strategia di crescita è confrontata anche con un altro problema. Le università sono colpite – nonostante il trend dell’e-learning e il blended learning che unisce l’e-learning con la presenza a lezione – dal cosiddetto “morbo dei costi” di Baumol. Esso prende il nome dall’economista William Baumol ed è anche detto “legge della crescita sbilanciata” ben applicabile a settori ad alta intensità di lavoro come in questo caso le università. In essi si registrano degli aumenti di costo praticamente automatici visto che grazie alla tecnologia sono possibili solo limitati aumenti di produttività: il lavoro dell’uomo è scarsamente sostituibile con quello della macchina. Il numero di lezioni, esami, progetti di ricerca ecc. non possono lievitare solo grazie ad un aumento di capitale. Per questo le università in espansione devono continuamente ritoccare il loro bilancio ma la qualità dell’insegnamento e della ricerca spesso non riesce a tenere il passo.

Infine, la questione di come occorre posizionare le università e le scuole universitarie professionali nel panorama formativo svizzero appare tutt’altro che chiara.  Il motto “equivalente ma differente” sta perdendo viepiù di significato. Vi sono diversi segnali che ci portano a pensare che i profili di università e scuola universitaria professionale, anche a causa dell’influsso della riforma di Bologna, tenderanno sempre più ad assomigliarsi.
Una strategia di crescita in queste condizioni è senza dubbio dispendiosa. Sicuramente è importante non pensare che un’università per migliorarsi debba continuare per forza a crescere continuamente.

Qualità, attualità, originalità

L’USI in 16 anni di esistenza è passata da 326 a 2’852 studenti. Sin dalla sua istituzione, ha individuato nella mancanza di tradizione il suo punto di forza: la possibilità di puntare con dinamismo sulla qualità dell’insegnamento e della ricerca, sulle attuali necessità della società e del mondo del lavoro così come, last but not least, sull’originalità. Se da una parte l’Accademia di Architettura e le scienze economiche trovano un chiaro legame col territorio ticinese (vedi tradizione e piazza finanziaria) la facoltà di scienze della comunicazione risulta unica nel suo genere a livello svizzero e quella di informatica risponde ad un bisogno sempre maggiore di professionisti del ramo. In poche parole l’USI pone l’accento sull’incremento della ricerca competitiva e sulla percezione a livello internazionale. Qualità piuttosto che stress da crescita quindi, avanti così.