La riforma previdenziale 2020 del Consiglio federale prevede un aumento del 2% dell’IVA e dell’1,7% sui contributi salariali. Quest’ultimo aumento è stato a malapena discusso, nonostante riduca notevolmente il potere d’acquisto dei salariati.«Previdenza per la vecchiaia 2020», una nuova definizione dei contributi salariali nel secondo pilastro

Il Consiglio federale ha presentato lo scorso mese di giugno le sue linee direttive della riforma della «Previdenza per la vecchiaia 2020». Per mantenere costante il livello delle rendite AVS, nonostante l’evoluzione demografica, si prevede un aumento di due punti percentuali dell’IVA. Ciò ha sollevato numerose critiche. Per quanto riguarda il secondo pilastro, la diminuzione del tasso di conversione dovrebbe essere compensata da un aumento dei contributi salariali (dell’ordine di 1,7% secondo Avenir Suisse). Sorprendentemente, quest’aumento è passato finora quasi inosservato, nonostante rappresenti un onere supplementare di circa un punto percentuale dell’imposta sul valore aggiunto, e graverebbe in modo diseguale sulle diverse categorie di età e di salario.

Meno discriminazioni

Nella sua riforma, Consiglio federale propone una riduzione del tasso di conversione al 6,0%. Se si desidera compensare completamente le perdite risultanti sulle rendite, l’assicurato dovrà risparmiare fino al 13% in più in capitale. Chi si trova oggi all’inizio della propria vita lavorativa può finanziare questi fondi attraverso l’aumento dei contributi salariali. La riforma «Previdenza per la vecchiaia 2020» prevede due possibilità:

In primo luogo, è previsto un aumento dei contributi salariali legati all’età, i cosiddetti accrediti di vecchiaia, per appianare le differenze tra salariati giovani e meno giovani (v. tabella). Tale adeguamento mira a ridurre la discriminazione verso i salariati più anziani che devono pagare contributi previdenziali più elevati, e di conseguenza migliorare la loro mobilità e la loro occupazione sul mercato del lavoro. Questo livellamento degli oneri di pensione è sempre stato respinto dal Parlamento a causa degli elevati costi di messa in atto. In un periodo di transizione, il datore di lavoro sopporterebbe oneri maggiori per i salariati più giovani mantenendo alti quelli per i salariati anziani, il che porterebbe costi supplementari nell’ordine di miliardi di franchi. Nell’ambito della «Previdenza per la vecchiaia 2020» la situazione è molto diversa: qui i contributi salariali «devono» essere aumentati. Invece di un innalzamento generale di questi contributi, la proposta del Consiglio federale mira a ridurre l’obsoleta graduazione degli accrediti di vecchiaia. Addirittura, si potrebbe considerare un aumento dei contributi aggiuntivi per i giovani lavoratori, affinché questi ultimi possano beneficiare maggiormente dell’effetto del tasso d’interesse composto.

Secondariamente, bisogna ampliare e rendere più flessibile la base di calcolo per i contributi salariali, ad esempio abbassando la deduzione di coordinamento a 25% del salario AVS. In questo modo, le persone impiegate a tempo parziale (come è il caso oggi di molte donne) o che cumulano più lavori verrebbero meglio integrate alla previdenza professionale. Oggi, queste persone sono sfavorite dalla deduzione di 24 570 franchi, che non dipende dal tasso d’occupazione. Una deduzione variabile, basata sul salario, prenderebbe meglio in conto le diverse realtà del mercato del lavoro e sarebbe un passo importante verso la modernizzazione della provvidenza professionale. Tuttavia, questa maggiore copertura comporterebbe ugualmente un aumento sproporzionato dei contributi salariali di chi lavora a tempo parziale. I contributi supplementari potrebbero raggiungere le due cifre percentuali del salario, a seconda dell’età, del reddito e del tasso di attività. I settori dove i contratti a tempo parziale sono più frequenti, o quelli con bassi livelli di reddito ne verrebbero dunque particolarmente toccati (v. tabella).

Il dibattito sui costi non è ancora concluso

Il suggerito aumento dei contributi salariali sarà insufficiente a coprire il mancato risparmio dei lavoratori prossimi alla pensione. Per questa generazione di transizione è necessario un finanziamento straordinario. Il Consiglio federale valuta questi costi a 400 milioni di franchi l’anno. Questo dato sorprende: nel 2010, lo stesso Consiglio federale aveva stimato a 600 milioni i trasferimenti dai giovani ai pensionati a causa del tasso di conversione troppo elevato. È da notare che allora il tasso di conversione ritenuto «corretto» era del 6,4%. Oggi si vorrebbe invece ridurlo da 6,8% a 6,0%. Di conseguenza, i costi di ridistribuzione saranno ben più elevati del previsto: dovrebbero aggirarsi attorno ai 1,2 miliardi di franchi l’anno. Il rifinanziamento della generazione di transizione comporterebbe anche dei costi supplementari compresi fra 0,12 e 0,35% del salario.

Una cosa è sicura: riformare il sistema delle rendite mantenendo il livello odierno delle rendite, comporta costi molto alti. L’aumento dell’IVA e dei contributi salariali, e il finanziamento della generazione di transizione ridurrebbero sensibilmente il potere d’acquisto delle persone attive. Se il popolo continuerà a rifiutare una diminuzione delle rendite, e l’innalzamento dell’età pensionabile oltre i 65 anni, la situazione si aggraverà, almeno di un miracolo, e i miracoli – si sa – sono rari, a maggior ragione nelle assicurazioni sociali.

Maggiori informazioni sul tema sono disponibili nella nostra pubblicazione (in tedesco) «Un secondo pilastro in bilico».