È inarrestabile la dispersione degli insediamenti?
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C’era da aspettarselo: l’iniziativa «contro la dispersione degli insediamenti», la quale in sostanza mirava a limitare le aree costruibili a quelle già oggi definite come tali, era troppo radicale. Ieri è stata bocciata da quasi due terzi dei votanti; un rifiuto che nelle regioni periurbane – dove l’espansione degli insediamenti…
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Marco Salvi
È inarrestabile la dispersione degli insediamenti?
C’era da aspettarselo: l’iniziativa «contro la dispersione degli insediamenti», la quale in sostanza mirava a limitare le aree costruibili a quelle già oggi definite come tali, era troppo radicale. Ieri è stata bocciata da quasi due terzi dei votanti; un rifiuto che nelle regioni periurbane – dove l’espansione degli insediamenti è maggiormente percettibile – è stato ancora più netto.
I fattori sono di natura economica
Ora, secondo i politici, sia quelli favorevoli che quelli contrari all’iniziativa, bisognerà applicare in modo diligente l’attuale legge sulla pianificazione del territorio, ancora in fase di rodaggio; una legge che si propone di «densificare» le zone già costruite. È una posizione comprensibile. I fattori che però più incidono sull’espansione degli insediamenti sono di tipo economico, e non facilmente domabili dalla politica.
Diminuzione dell’agricoltura
E di che fattori si tratta? Il primo riguarda l’inesorabile declino dell’agricoltura. Se un secolo fa non si poteva fare a meno di coltivare ogni appezzamento disponibile, la meccanizzazione, l’aumento della produttività e la scomparsa di gran parte delle aziende agricole hanno fatto crollare la domanda di terreno agricolo, liberando molte superfici per l’edificazione. Difficile immaginare un cambiamento repentino di questa dinamica secolare.
La crescita demografica
Il secondo fattore ad incidere sull’edificazione del territorio è, ovviamente, la crescita demografica. L’aumento della popolazione ha un effetto direttamente proporzionale sulla domanda residenziale e – fino ad ora – anche su quella di terreni. Lo stesso vale per la crescita economica: si stima che la domanda residenziale delle famiglie cresce di pari passo con il reddito. In Svizzera, un aumento del reddito di due percento si traduce in un aumento della superfice delle abitazioni di un metro quadro per occupante.
Ma è stato soprattutto la riduzione dei costi della mobilità, sia quella pubblica che privata, ha favorire la progressiva espansione delle aree di insediamento, promuovendo l’attrattivà relativa della periferia rispetto ai centri. Oggi, né i trasporti pubblici, fortemente sovvenzionati, né il traffico automobilistico coprono i propri costi. Se si vorrà limitare a lungo termine una dispersione eccessiva degli insediamenti, evitando però interventi drastici come quelli proposti dall’iniziativa (e senza cadere nella trappola della decrescita e dalla riduzione «volontaria» dei redditi), converrà agire in modo prioritario sulla leva della mobilità.
Questo podcast è stato pubblicato il 11.2.2019 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.
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Se le stime dell’Ufficio Federale di Statistica sono corrette, nel 2018 il livello dei salari è cresciuto in media del 0,5 percento in Svizzera – quindi meno dell’inflazione, la quale si è attestata l’anno scorso al 0,9 percento. Lo stesso fenomeno si era già verificato nel 2017. Detto in parole…
Se le stime dell’Ufficio Federale di Statistica sono corrette, nel 2018 il livello dei salari è cresciuto in media del 0,5 percento in Svizzera – quindi meno dell’inflazione, la quale si è attestata l’anno scorso al 0,9 percento. Lo stesso fenomeno si era già verificato nel 2017. Detto in parole povere (è il caso dirlo?), i salari in Svizzera sono diminuiti per la seconda volta consecutiva. Per l’Unione Sindacale Svizzera (USS) si tratta di un’evoluzione preoccupante. Dal canto loro, i rappresentanti padronali fanno valere l’obbligo di aumentare gli investimenti, da tempo posposti.
L’andamento della produttività
Ma come giudicare in modo oggettivo l’evoluzione degli stipendi a livello di un paese? Prima di tutto serve mantenere una visione d’insieme. Contingenze (come ad esempio il rialzo repentino dei prezzi del petrolio) possono incidere a corto termine sull’inflazione e quindi sul potere d’acquisto dei salari. Se consideriamo il periodo dal 2009 a questa parte, notiamo invece che i salari reali in Svizzera sono cresciuti in media dell’uno percento all’anno; una crescita tutto sommato robusta se si considera che questo periodo include sia la crisi finanziaria che gli anni del franco forte.
Ancora più pertinente è però il raffronto con l’andamento della produttività. A lungo termine gli aumenti salariali dovrebbero corrispondere a quelli della produttività del lavoro. Infatti, se i salari crescono più velocemente, la parte del reddito totale che va a i lavoratori cresce a scapito dei margini delle imprese, diminuendone la capacità di investimento. Ciò, prima o poi, avrà ripercussioni anche sull’impiego.
Ebbene, negli ultimi dieci anni gli aumenti salariali in Svizzera sono stati quasi sempre superiori a quelli della produttività, a tal punto che la parte dei salari nel PIL da noi è in aumento, mentre negli Stati Uniti e in molti altri paesi ricchi essa ha perso terreno rispetto ai redditi del capitale. Difficile individuare le cause esatte di questa anomalia elvetica. Il rafforzamento repentino del franco ha causato una certa perdita di competitività della nostra industria di esportazione, obbligando molte imprese a rosicare sui profitti.
Comunque sia, alla luce dell’evoluzione molto modesta della produttività, quella dei salari è stata a lungo ragguardevole. A conti fatti, una correzione era inevitabile.
Produttività del lavoro
Nel 2018 i salari salari reali sono scesi quest’anno in Svizzera nei comparti coperti da contratti collettivi di lavoro (CCL): colpa dell’inflazione, che ha divorato gli aumenti concordati dalle parti sociali. Stando ai dati diffusi stamane dall’Ufficio federale di statistica (UST), i rappresentati degli stipendiati e dei datori di lavoro si sono intesi per il 2018 su aumenti nominali dello 0,9% per i salari effettivi e dello 0,5% per quelli minimi negli ambiti dei principali CCL, ovvero quelli che interessano almeno 1500 persone. La previsione per il rincaro è però del +1%: questo significa che gli stipendi reali nei comparti convenzionali dovrebbero diminuire dello 0,1%.
Questo podcast è stato pubblicato il 28.1.2019 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.
Possiamo affermarlo senza temere di esagerare: l’Unione Europea non fa sognare, e ciò non solo in Svizzera ma anche nei paesi membri. Eppure l’opinione pubblica europea – fatta eccezione per quelle italiana e inglese, di gran lunga le più euroscettiche –, quando interrogata al proposito non esita ad indicarne i benefici. Secondo l’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro, 57% degli abitanti dell’UE indicava tra i punti più positivi la libera circolazione delle persone e il mercato unico. Altre pietre miliari dell’integrazione europea, come l’euro, raccolgono invece molto meno consensi.
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Effetti spettacolari
Un ambizioso studio appena pubblicato da un team di economisti della Banca centrale francese ci permette di meglio capire le ragioni di tale sentimento. Intitolato «Les coûts de la non-Europe, revisités» il rapporto quantifica i guadagni in benessere generati dalla libera circolazione di merci e servizi, introdotta nel lontano 1993.Ebbene, la creazione del mercato interno, nel quale le merci possono circolare tra i paesi membri con la stessa facilità con cui si muovono all’interno di un singolo paese, ha avuto effetti spettacolari dal punto di vista economico. Grazie al mercato unico, gli scambi sono aumentati del 109 per cento in media per le merci e del 58 per cento per i servizi. Questo effetto è di ben tre volte superiore a quello che si sarebbe registrato se i paesi membri avessero semplicemente instaurato un’area di libero scambio, rinunciando così a dazi doganali, senza però armonizzare in profondità le loro legislazioni.
Grandi vantaggi per le piccole economie
Lo studio stima guadagni in termine di benessere associati all’integrazione dei mercati nazionali equivalenti al 4,4% dei redditi. Ciò può sembrare poco, ma va subito precisato che i vantaggi sono stati ben più grandi per le piccole economie aperte (come l’Olanda, l’Austria e i paesi dell’Est) che per i grandi stati come Francia o Germania. La ragione è presto trovata: questi ultimi disponevano già prima del singolo mercato europeo di mercati interni estesi.
Da ultimo, gli economisti francesi stimano che se i paesi europei dovessero in futuro abbandonare il mercato comune ne risulterebbero perdite notevoli in termine di benessere economico: in Ungheria i redditi diminuirebbero del 17%, in Olanda e in Belgio del 10%, pari quindi a una severissima depressione economica.Queste cifre devono fare riflettere anche gli svizzeri. Il rinuncio eventuale agli accordi bilaterali con l’UE – anche se per tornare a una zona di libero scambio – lascerebbero tracce profonde nei nostri portafogli.