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Non freniamo il lavoro flessibile

Plusvalore Meglio sfruttare le opportunità che offre il lavoro su piattaforma invece di combattere ad oltranza il cambiamento

In Svizzera, i tassisti che utilizzano la piattaforma Uber saranno considerati come dipendenti e non come lavoratori autonomi. Infatti, la settimana scorsa Il Tribunale federale ha confermato una precedente decisione in tal senso del Tribunale cantonale di Ginevra. Sindacati e governo ginevrino si sono dichiarati molto soddisfatti. Che a centinaia di lavoratori sia stato impedito, almeno temporaneamente, di svolgere il proprio lavoro sembra essere di minore importanza. A seguito della decisione, Uber assumerà i propri autisti a Ginevra indirettamente attraverso aziende di trasporto.

Problema risolto quindi? Solo superficialmente. La questione dell’indipendenza degli autisti Uber è stata trattata fino ad ora esclusivamente dal lato legale. Tuttavia, con la trasformazione del mondo del lavoro tramite il cambiamento digitale si fa sempre più pressante anche un’azione politica. È probabile che in futuro le piattaforme digitali sfidino ulteriormente i fornitori tradizionali di servizi e creino nuovi posti di lavoro a metà strada tra il lavoro autonomo e quello dipendente. Il diritto del lavoro e della previdenza sociale non sono al passo di questa evoluzione.

Classificare dogmaticamente ogni lavoro su piattaforma come precario è troppo riduttivo. Queste nuove forme di lavoro offrono notevoli possibilità di (re)integrazione a chi è più svantaggiato sul mercato del lavoro tradizionale, ad esempio perché non dispone di sufficienti competenze linguistiche, o a chi è alla ricerca di maggiore flessibilità. A questo proposito, è ironico che siano proprio gli ambienti che più hanno sposato la causa di una migliore conciliazione tra lavoro e vita familiare a gettarsi anima e corpo contro le nuove forme di lavoro flessibile.

Un’ulteriore prova dei benefici della flessibilità oraria è fornita da dati raccolti a Ginevra stessa, dove Uber Eats – il servizio delivery di Uber – già dal 2020 ha assunto tramite una società terza i propri corrieri. Da allora i corrieri godono di una sicurezza sociale più ampia, ma lavorano con turni meno flessibili. Ebbene, ciò sembra aver portato un numero considerevole di loro a rinunciare a lavorare.

La rigida dicotomia tra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti nel diritto del lavoro sta diventando sempre più anacronistica. Forse è venuto il momento di considerare una terza via – chiamiamola quella del «lavoratore autonomo dipendente». Questo status combinerebbe una protezione previdenziale più generosa di quella che conoscono oggi gli indipendenti, ma con ampie libertà contrattuali, soprattutto in materia di flessibilità dell’impiego. Insomma, la Svizzera farebbe bene a ritrovare la volontà di riforme e a considerare finalmente i cambiamenti sociali non come un rischio, ma come un’opportunità.

Questo podcast è stato pubblicato il 13.06.2022 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.


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Ricchi ed eguali

Plusvalore La disparità dei redditi in Svizzera è inferiore alla media europea. Negli ultimi 25 anni non è cresciuta.

È un luogo comune: le buone notizie faticano a raggiungere le prime pagine dei giornali. C’era da aspettarsi quindi che il nuovo rapporto dell’Ufficio federale di statistica (UFS) sull’evoluzione delle disuguaglianze di reddito in Svizzera non venisse particolarmente gettonato dai media. Sì, perché questa evoluzione – nella sua mancata spettacolarità – è assai positiva.

La ricchezza della Svizzera non è soltanto proverbiale: a livello europeo, solo in Norvegia e Lussemburgo si registra un reddito mediano più elevato. In termini di potere d’acquisto, il reddito mediano svizzero supera del 20% quello tedesco, e ciò nonostante l’alto livello dei prezzi nel nostro paese. (Da notare che al contrario del reddito medio, influenzato da pochi redditi molto elevati, quello mediano meglio rappresenta la situazione nel mezzo della distribuzione dei redditi).

E che ne è, appunto, delle disuguaglianze? Ebbene, il rapporto mostra come in Svizzera non siano solo le elite a godere di un elevato tenore di vita ma bensì ampi strati della popolazione. Le disuguaglianze di reddito vi si attestano al disotto della media europea, anche se si trovano paesi «benestanti», quali i paesi nordici o l’Austria, con distribuzioni ancora più egualitarie.

Ma il fatto forse più sorprendente riguarda l’evoluzione delle disparità – o, meglio, la loro mancata evoluzione. Stando alle stime dell’UFS, non si sono praticamente registrati cambiamenti al riguardo da 25 anni a questa parte, nonostante i mutamenti dell’economia e le varie turbolenze che ha dovuto affrontare.

Quali le ragioni per questa stabilità esemplare? La prima, debitamente rilevata dal rapporto, riguarda il sistema di redistribuzione. Imposte e prestazioni sociali hanno premesso di compensare un leggero allargamento della disparità dei redditi primari (i redditi lordi, ante imposte). Altrettanto importante è stata però la relativa stabilità dei redditi primari stessi. Soprattutto i redditi da lavoro rimangono da noi tra i più egualitari al mondo.

Ciò conferma l’importanza fondamentale del mercato del lavoro per l’evoluzione delle disuguaglianze. È la mancanza di lavoro a coincidere spesso con la povertà. Un mercato del lavoro integrativo è invece garante di parità. Così, l’alto tasso d’occupazione in Svizzera contribuisce a mantenere le differenze di reddito a un livello accettabile socialmente, anche se, ovviamente, non le elimina del tutto.

Questo podcast è stato pubblicato il 30.05.2022 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.


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Non strapazziamo il partenariato sociale

Plusvalore dal 2.5.2022

Come vuole la tradizione, anche questo primo maggio è stato un momento di discorsi, manifestazioni più o meno pacifiche e l’occasione per riflettere sulle condizioni del partenariato sociale. Quest’ultimo è certamente un elemento importante del nostro benessere. Caratteristica saliente del modello elvetico di partenariato sono le negoziazioni bilaterali: le condizioni di lavoro di un settore vengono discusse direttamente tra lavoratori e datori di lavoro, spesso a livello regionale e senza l’intervento dello stato. Questo modello quasi secolare ha contribuito a mantenere la stabilità delle relazioni di lavoro.

Le sfide, però, non mancano. Anche il modello svizzero deve adeguarsi agli importanti cambiamenti strutturali che si osservano sul mercato del lavoro. Mentre nel 1960 il 29% della forza lavoro era attiva in un sindacato, nel 2020 questa proporzione era solo del 13%, una diminuzione principalmente dovuta al declino relativo dell’industria e alla parallela terziarizzazione dell’economia.

Ciononostante, i sindacati svizzeri sono riusciti a mantenere – se non addirittura rafforzare – il loro influsso sulla politica del lavoro. Ciò è dovuto principalmente all’importanza crescente dei contratti collettivi di lavoro (CCL), e soprattutto del ricorso sempre più frequente all’obbligatorietà generale. Questo strumento permette di estendere il campo di applicazione di un CCL a tutti i datori di lavoro di un settore in un cantone, obbligando tutte le ditte del ramo a rispettarne le disposizioni centrali, ad esempio i minimi salariali.

Così il numero di lavoratori sottoposti a un CCL è aumentato di quasi 850 000 unità tra il 1999 e il 2018, di cui circa 800 000 sono da mettere sul conto dell’obbligatorietà generale. Il fenomeno non si limita alle regioni di confine come il Ticino, con una parte importante di lavoratori frontalieri. Solo nel cantone di Zurigo, sono più di 40 i CCL in vigore dichiarati di portata generale.

Per i sindacati si tratta di evitare così il famigerato «dumping» salariale. Ma vi è un rovescio alla medaglia. Questo strumento, se abusato, può diminuire fortemente la concorrenza tra imprese, impedendo per esempio a nuove ditte di entrare sul mercato. Così facendo, si favoriscono le imprese più grandi, già stabilite, e generalmente meno innovative – il che va a tutto scapito di consumatori (che devono sopportare prezzi più elevati) e della concorrenzialità internazionale della nostra economia.

I sindacati svizzeri mantengono imperterriti l’obiettivo di ampliare la copertura dei CCL, e vogliono ridurre ulteriormente gli ostacoli alla dichiarazione di applicabilità generale. In ciò trovano spesso porte aperte negli uffici cantonali del lavoro e negli esecutivi cantonali. Certo, il modello di partenariato sociale elvetico rimane superiore ai diktat statali ed è preferibile a salari minimi nazionali o cantonali. Tuttavia, esso non va nemmeno strapazzato.

Questo podcast è stato pubblicato il 02.05.2022 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.


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Lavorare di meno?

Plusvalore dal 19.4.2022

I filosofi che vorrebbero insegnarci la «buona vita» spesso consigliano di lavorare meno. Ridurre l’impegno consacrato al lavoro in modo da disporre di una maggiore quantità di tempo libero da dedicare alla famiglia, agli amici e alle proprie passioni – questo in sostanza il loro messaggio.

Se guardiamo l’evoluzione del tempo di lavoro, si potrebbe pensare in un primo momento che gli svizzeri abbiano seguito questo consiglio per benino. Nelle fabbriche del XIX secolo, le giornate di 10 ore e le settimane lavorative di 6 giorni erano la regola, per un totale di quasi 3000 ore all’anno. Oggi, il tempo medio di lavoro annuale è di 1400 ore, meno della metà.

Questa media nasconde però grandi differenze tra gruppi sociali e età. Solo una minoranza si è effettivamente liberata dal fardello del lavoro retribuito: sono i pensionati. Intorno al 1900, lavorare in età avanzata era di norma: più della metà degli over 65 era occupato. Oggi, solo il 13% lavora, per lo più con un grado di occupazione molto basso.

Per il resto della popolazione invece, la diminuzione dell’orario di lavoro è stata modesta. Per i lavoratori a tempo pieno, la settimana lavorativa effettiva si aggira da anni intorno alle 41 ore.

Nel 1930 l’economista John Maynard Keynes scriveva che nell’arco di cento anni, la settimana lavorativa si sarebbe ridotta fino a un massimo di 15 ore. Grazie alla crescita economica e al progresso tecnologico le persone sarebbero state in grado di soddisfare rapidamente i loro bisogni di consumo. Liberate dai vincoli economici, avrebbero avuto abbastanza tempo da dedicare all’arte e alla lettura dei filosofi. Questa previsione non si avverata. Nonostante l’aumento dei redditi e il benessere, l’offerta di lavoro (appunto, con l’eccezione dei pensionati) è diminuita molto meno di quanto Keynes avesse immaginato.

Lo Stato dovrebbe fare qualcosa al riguardo? Alcuni ne sono convinti e vorrebbero imporre la settimana di quattro giorni a tutti. Ma con quale giustificazione? Con il nostro comportamento mostriamo di valorizzare il lavoro (e i consumi che il lavoro ci permette di finanziare) più del
tempo libero supplementare.

Paradossalmente, sono proprio i redditi superiori – che più facilmente potrebbero ridurre l’orario di lavoro – a lavorare di più. Secondo dati dell’Ufficio federale di Statistica, il 10% dei dipendenti con i salari orari più elevati lavora circa 8 ore in più a settimana rispetto al 10% con i salari più bassi. Supponendo che la produttività e i salari continuino a crescere in futuro, questo modello potrebbe estendersi al ceto medio.

Tuttavia, lo Stato potrebbe assicurare che il lavoro venga meglio distribuito lungo il ciclo di vita, piuttosto che concentrarlo nella mezza età. L’aumento dell’età di pensionamento sarebbe un passo in questa direzione. Bisognerebbe anche rivedere il nostro sistema pensionistico in modo che i contributi sociali oltre l’età di pensionamento permettano di migliorare le rendite.

Forse dovremmo davvero fare quello che suggeriscono i filosofi – ma chiedere agli economisti come raggiungere al meglio questo obiettivo.

Questo podcast è stato pubblicato il 19.4.2022 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.


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Quando il cancelliere «cancella» gli economisti

Plusvalore dal 4.4.2022

Recentemente, durante un talk show televisivo, Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha usato parole insolitamente dure contro un gruppo di economisti tedeschi. La loro colpa? Avere usato modelli economici per stimare l’impatto per l’economia tedesca di un embargo sul gas russo.

Lo scontento di Scholz non era indirizzato direttamente alle conclusioni dello studio (che stima il costo dell’embargo a 3% del PIL, una perdita considerevole ma non catastrofica), ma bensì al metodo. Per Scholz «è irresponsabile impiegare modelli matematici che non hanno mai funzionato veramente» per affrontare problemi tanto fondamentali per il futuro di un paese. Per il cancelliere tedesco i modelli degli economisti sono inutili perché troppo astratti: «Calcolare è una cosa, un’altra è sapere dove passano i gasdotti, dove sono i terminals e come funziona veramente l’industria del gas», ha aggiunto.

I rimproveri del cancelliere non sono stati accolti bene dagli economisti. Secondo loro illustrano due pregiudizi tanto errati quanto ricorrenti nei confronti delle scienze economiche, e della scienza in generale.

Il primo riguarda la formalizzazione matematica. Qui Scholz prende spunti da coloro che trovano l’economia praticata oggi nella stragrande maggioranza delle facoltà di scienze economiche troppo teorica e astratta. Ma la critica è infondata. Al contrario: la moderna scienza economica è in grado di rappresentare molto meglio relazioni complesse. Per esempio, non presuppone che i mercati siano perfetti o che le persone agiscano sempre razionalmente.

Il secondo punto riguarda il ruolo della scienza nelle decisioni politiche – che si tratti della pandemia, del cambiamento climatico o, appunto, di previsioni economiche. Certo, le analisi non sono sempre totalmente prive di giudizi di valore. Ma come negli affari, una sana concorrenza rimane il migliore garante di qualità: ad altri ricercatori il compito di evidenziare e correggere eventuali parzialità ideologiche.

Le previsioni saranno sempre caratterizzate da incertezze intrinseche – in parte perché la risposta politica alle previsioni cambia le premesse stesse sulle quali queste previsioni si basavano. Tocca alle donne e agli uomini politici valutare queste incertezze e decidere. La responsabilità ultima non spetta ai ricercatori, anche se durante la pandemia alcuni hanno cercato di convincerci del contrario.

La domanda fondamentale da porsi è invece questa: i modelli degli economisti permettono o meno di migliorare le decisioni dei politici? La risposta è quasi sempre positiva. Ignorare consapevolmente la conoscenza aggiuntiva generata dai modelli – come sembra volerlo fare Scholz – è un segno che i risultati dei modelli non si accordano con la propria visione del mondo.

Questo podcast è stato pubblicato il 4.4.2022 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.


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Imposta minima OCSE: un rospo da ingoiare

Plusvalore Non vi sono contromisure mirate alle riforme imposte alla Svizzera in materia di tassazione delle imprese. Ciò non ci condanna però alla passività

La settimana scorsa il Consiglio federale ha avviato le consultazioni relative all’introduzione di un’imposta minima di 15 per cento sui benefici delle imprese. Con questa ennesima riforma dell’imposizione delle imprese, la Svizzera vuole (o piuttosto: deve) adeguarsi alle nuove norme in materia dettate dal G20 tramite l’OCSE.

L’imposta minima colpirà in primo luogo le filiali di multinazionali straniere nel nostro paese, insediatesi in gran numero durante gli ultimi venti anni. Anche il Ticino è toccato direttamente: pensiamo solo all’industria della moda che vi risiede in parte per motivi fiscali e genera un indotto notevole.

La misura più sostanziale proposta dal Consiglio Federale è tanto semplice quanto scontata. Laddove l’imposizione di un’impresa multinazionale non raggiungesse i 15 per cento imposti dall’OCSE, sarà prelevata dalla Confederazione un’imposta integrativa, poi riversata ai Cantoni. Così si vuole evitare che siano paesi terzi ad intascare il gettito supplementare.

Secondo stime dell’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC), l’imposta aggiuntiva potrebbe generare fino a due miliardi e mezzo di entrate all’anno, il che rappresenta un aumento di più del dieci percento delle entrate relative all’imposta sui benefici. Questo aumento sarà inoltre concentrato su qualche migliaio di filiali di imprese multinazionali estere stabilite in Svizzera e su poche centinaia di multinazionali svizzere.

Molti esperti temono che una parte sostanziale delle filiali straniere potrebbe a medio o lungo termine lasciare la Svizzera, visto che il livello favorevole di tassazione è una delle ragioni principali per la loro presenza. E così gli esperti hanno proposto una lunga lista di misure da prendere per cercare di frenare le delocalizzazioni.

Nessuna di queste misure convince però – perché nessuna è abbastanza mirata. Ad esempio, c’è chi propone di ridurre le aliquote massime dell’imposta sul reddito delle persone. Ma ciò non avrebbe che un effetto marginale sulla decisione delle imprese di rimanere o meno. Esse, infatti, non mantengono effettivi di personale importanti nel nostro paese, limitandosi a posizioni decisionali – pagate certo molto bene, ma di poco conto se confrontate ai costi globali delle imprese.

Una misura tra le più specifiche sarebbe quella di ridurre l’imposizione dei dividendi. I benefici delle imprese vengono oggi imposti due volte, una prima volta a livello dell’impresa con l’imposta sui benefici e una seconda volta a livello degli azionisti. Perché non ridurre questa doppia imposizione, come già lo hanno fatto numerosi altri paesi? Ahimè, l’imposizione dei dividendi in Svizzera è appena stata ritoccata – ma verso l’alto. Un’inversione a U sembra improbabile.

Più importante ancora: la stragrande maggioranza degli azionisti delle imprese multinazionali con sede in Svizzera risiede all’estero e non ricaverebbe nessun vantaggio da una diminuzione dell’imposizione dei dividendi in Svizzera.

Ciononostante, il Consiglio Federale dovrebbe avere il coraggio di rimettere questo dossier sul tavolo. Certo, ciò non frenerebbe la partenza di imprese che si sono stabilite da noi principalmente per motivi fiscali. Ma a lungo termine rafforzerebbe l’attrattività imprenditoriale svizzera e la capacità di investimento delle nostre imprese. E questo sarebbe tutto quanto di guadagnato.

Questo podcast è stato pubblicato il 21.3.2022 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.


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Lasciateli venire – e lavorare

Plusvalore Un mercato del lavoro flessibile può assorbire i flussi di rifugiati dall’Ucraina

Negli ultimi giorni già più di un milione di persone sono fuggite dall’Ucraina, soprattutto verso la Polonia dove la maggior parte di loro ha trovato rifugio in alloggi privati. L’ONU si aspetta fino a quattro milioni di rifugiati, ma potrebbero essere ancora di più.

In tutta Europa lo slancio di solidarietà è notevole. In Svizzera, i rifugiati provenienti dall’Ucraina verranno ammessi rapidamente, senza procedure d’asilo, fino a quando il bisogno di protezione cesserà. Probabilmente verrà loro concesso il permesso S (per persone bisognose di protezione), permesso che non è mai stato applicato in precedenza.

Questa forma di permesso di soggiorno prevede la possibilità di esercitare un’attività lavorativa. Ma ogni assunzione richiederà l’autorizzazione preventiva delle autorità. In concreto, ciò significa che un rifugiato potrà essere assunto solo se non si troveranno cittadini svizzeri (o stranieri già residenti in Svizzera) con qualifiche equivalenti. Inoltre, la mobilità professionale intercantonale sarà ristretta: una volta accettato da un cantone, il rifugiato non potrà lavorare in un altro. Sarà proibito, infine, il lavoro indipendente.

Con questo quadro regolamentare stretto si vuole, da un lato, sostenere l’indipendenza dei rifugiati; dall’altro, si tratta di evitare di mettere sotto pressione i salari dei residenti, specialmente di quelli meno qualificati.

Ma queste paure sono fondate? I rifugiati davvero sottraggono domanda di lavoro dai residenti? Molti economisti hanno indagato questa domanda, primo fra tutti il recente premio Nobel per l’economia, David Card. Card studiò l’impatto dell’arrivo improvviso nel 1980 di 60 000 rifugiati cubani sul mercato del lavoro di Miami. Questo e altri episodi (come l’afflusso di quattro milioni di rifugiati siriani in Turchia) permettono di analizzare empiricamente l’impatto dei flussi migratori sul mercato del lavoro.

Nel complesso, ci sono poche prove di una sostituzione della mano d’opera indigena con quella estera. Gli studi concludono che un aumento di 10 punti percentuali della quota di immigrati nella forza lavoro cambia il reddito dei nativi da -2% a +2% – insomma, di poco o niente. I mercati del lavoro dei paesi di destinazione sono abbastanza flessibili per assorbire i nuovi arrivati, soprattutto se viene dato loro il tempo necessario per farlo.

Finora la Svizzera non è stata in grado di eccellere nell’integrazione dei rifugiati sul mercato del lavoro. Il tasso di occupazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati è di circa il 40% cinque anni dopo il loro arrivo. Ciò mette la Svizzera nel mezzo del gruppo in un confronto europeo. In questo contesto, l’introduzione dello status S e la relativa rapida integrazione dei rifugiati nel mercato del lavoro svizzero sono da accogliere con favore. Lasciamoli venire, sì – ma lasciamoli anche lavorare.

Questo podcast è stato pubblicato il 7.3.2022 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.


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La parità di genere passa per le tasse

Plusvalore L’individualizzazione dell’imposta sul reddito è essenziale per fare progredire la parità sul mercato del lavoro

Tra le molte misure proposte per fare progredire la parità tra i sessi – dal linguaggio inclusivo agli asili nido gratuiti – la riforma dell’imposta sul reddito non è tra le più salienti. È un peccato perché il nostro sistema fiscale scoraggia inutilmente la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. E chi dice partecipazione limitata, dice progressioni di carriera più lente, differenziali salariali tra uomini e donne persistenti e, a termine, maggiori disuguaglianze pensionistiche. Insomma, nella lotta per la parità, l’aspetto fiscale è essenziale ma rimane sottovalutato.

L’imposizione congiunta del reddito delle coppie sposate, come la conosciamo in Svizzera, fa sì che chi guadagna il secondo reddito (in stragrande maggioranza si tratta di quello della donna) venga imposto ad un tasso più alto di quello del reddito primario.

Consideriamo l’esempio di una coppia sposata, residente a Bellinzona. Lui guadagna un salario netto di 50 000 franchi annui. Per questo compenso piuttosto basso la coppia pagherà 2000 franchi d’imposta sul reddito, pari a 4 percento del salario. Se ora la coniuge decidesse di lavorare a tempo pieno per un salario equivalente a quello del marito, questo reddito supplementare verrebbe imposto non al 4 ma bensì al 17 percento – un tasso ben quattro volte superiore all’aliquota del marito.

Questa differenza palese è dovuta al fatto che nel sistema attuale i due redditi vengono addizionati e tassati congiuntamente, non individualmente. Così il sistema fiscale dissuade le donne sposate a lavorare di più.

Il passaggio all’imposizione individuale dei redditi permetterebbe di rimediare a questo problema. Ma non solo. Esso eliminerebbe un altro annoso contenzioso tributario: voglio parlare della penalizzazione fiscale del matrimonio, ovvero del fatto che numerose coppie sposate pagano più tasse dei concubini. (Ciò si verifica soprattutto a livello dell’imposta federale diretta e per redditi medio-alti). Invece, l’imposizione individuale è indipendente dallo stato civile. Essa non penalizza ne favorisce le coppie sposate.

Una proposta di passaggio all’imposizione individuale dei redditi verrà discussa nei prossimi giorni dalla Commissione dell’Economia e dei Tributi del Consiglio Nazionale. La proposta è già stata accettata agli Stati, ma – come si può immaginare – l’iter di una riforma in profondità dell’imposta più importante del nostro sistema fiscale è ancora lungo e pieno d’inghippi. Come lo è sempre stata la lotta per la parità.

Questo podcast è stato pubblicato il 21.2.2022 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.


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«Horizon Europe»: non è solo questione di soldi

Plusvalore Per molti ricercatori e ricercatrici, rimanere esclusi dal principale «mercato» europeo della ricerca non è un’opzione

«Horizon Europe», il programma quadro dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione, è uno dei grandi successi dell’UE. Non c’è programma al mondo che promuova la cooperazione transnazionale nella ricerca su una scala altrettanto ampia. Horizon dispone di stanziamenti sostanziali (quasi 100 miliardi di euro su un periodo di 6 anni), e i suoi numerosi programmi coprono l’intera catena dell’innovazione; dall’idea iniziale per la ricerca di base ai nuovi prodotti e servizi.

Così, quando il 22 giugno 2021 l’UE ha informato la Svizzera che non sarebbe più considerata quale partecipante pienamente associato all’attuale programma, ma solo come paese terzo, l’apprensione nel settore della ricerca è stata subito grande. Queste inquietudini non si sono ancora placate.

Tra il 2014 e il 2020, le partecipazioni svizzere a Horizon sono state più di cinquemila. Spesso gli istituti svizzeri vi hanno assunto un ruolo leader: i Politecnici federali, ad esempio, nel 45 percento dei casi. Il Consiglio federale ha promesso di compensare i finanziamenti europei con fondi interni. Ma un recente sondaggio rivelava che l’88% degli istituti universitari svizzeri non considera queste soluzioni di ripiego come equivalenti.

Infatti, l’importanza di Horizon va ormai ben oltre la capacità di mobilizzare finanziamenti. La partecipazione a un programma è diventata un segnale ambito dai ricercatori – un sigillo di approvazione della comunità scientifica. Studi empirici mostrano che chi riceve il sostegno del Consiglio Europeo della Ricerca (ERC), o meglio ancora ne dirige un progetto di ricerca, ne ricava spesso una spinta importante alla carriera.

I ricercatori sono una categoria professionale molto mobile a livello internazionale. La «caccia» ai talenti scientifici si è intensificata. Inoltre, nella ricerca diventa sempre più importante potere fare rete. Lo sottolinea il fatto che la proporzione di pubblicazioni scientifiche con più co-autori è aumentata notevolmente negli ultimi anni. Le collaborazioni di ricerca contribuiscono all’attrattiva di un’università per ricercatori altamente qualificati e mobili. Non sorprende quindi che ben il 75% degli istituti universitari svizzeri intervistati ha dichiarato di non essere più ugualmente attraente come datore di lavoro senza la partecipazione a Horizon Europe.

Insomma, bisogna riconoscerlo: con Horizon l’UE è riuscita a creare un «mercato» internazionale della ricerca altamente competitivo. Non sarà facile per le università svizzere trovare sostituti adeguati. Per molti ricercatori, soprattutto per i migliori, rimanerne esclusi non è un’opzione.

Questo podcast è stato pubblicato il 7.2.2022 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.


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Un paese di sedentari

Plusvalore La mobilità geografica tra le regioni svizzere è bassa, ciò rappresenta un problema per l’impiego

L’OCSE, l’organizzazione internazionale con sede a Parigi che raggruppa i paesi più ricchi e ne studia le politiche economiche, ha appena pubblicato il suo rapporto biennale sulla Svizzera. Tra le numerose analisi, raccomandazioni e occasionali tiratine d’orecchio alla politica economica del nostro paese, gli autori dello studio hanno anche scovato anche alcune particolarità inattese della nostra economia che meriterebbero più attenzione.

Tra queste vi è la mobilità interna ridotta in Svizzera. Benché le distanze tra un centro e l’altro siano da noi brevi, i cambiamenti di domicilio intercantonali sono relativamente rari. Tra il 2015 e il 2019, in media solo l’1,7% della popolazione si è trasferito da un cantone a un altro. In confronto, durante lo stesso periodo il 2,5% della popolazione dell’Unione Europea si è spostata in un’altra regione di residenza.

Questa mobilità interna ridotta si riscontra anche tra i giovani. Secondo uno studio di qualche anno fa, la distanza dal luogo di domicilio dei genitori all’università più vicina influisce fortemente sulla scelta degli studi. Insomma, pur di restare in zona, i giovani maturandi sono disposti a modificare la scelta delle materie studiate, adeguandola all’offerta locale.

Secondo gli economisti dell’OCSE, le barriere linguistiche, i differenti sistemi educativi e di tassazione portano molti lavoratori a fare i pendolari piuttosto che a cambiare il cantone di residenza. Di conseguenza – e nonostante l’esiguità del territorio e l’alta densità della popolazione – quasi un attivo su dieci in Svizzera abita a un’ora o più dal posto di lavoro; un valore nettamente superiore alla media europea.

Ma vi sono ulteriori barriere alla mobilità, meno visibili di primo acchito. Benché la legge sul mercato interno garantisca l’esercizio di professioni liberali quali medico o avvocata in tutta la Confederazione, in pratica si riscontrano spesso restrizioni cantonali e barriere amministrative, in particolare per quanto riguarda l’accesso al lavoro dei professionisti della salute.

Anche il costo elevato degli alloggi frena la mobilità residenziale. In linea di principio, l’alta percentuale di inquilini – quasi il 60% delle famiglie – dovrebbe incoraggiare la mobilità. Tuttavia, il diritto di locazione svizzero limita gli aumenti degli affitti, per cui l’importo pagato dagli inquilini che abitano da lungo tempo nello stesso alloggio è ben al di sotto dei prezzi di mercato. Questo porta ad effetti di lock-in che limitano la capacità delle persone a adattarsi al cambiamento delle opportunità di lavoro.

Così, eventuali crisi congiunturali e cambiamenti strutturali regionali tendono a protrarsi più a lungo di quanto non sarebbe il caso se fossero di più coloro pronti a cercare in un altro cantone nuove opportunità.

Questo podcast è stato pubblicato il 24.01.2022 nel programma Plusvalore su RSI Rete Due.


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